L’investitore ungherese a Davos, in occasione del World Economic Forum, ha sferrato un duro attacco ai giganti del tech.

Il fatto che un manipolatore come George Soros che è bene ricordarlo – ha sempre interferito con la politica interna delle nazioni in cui opera – si preoccupi delle opportunità che sta offrendo la rete e del funzionamento dei social network potrebbe essere un’implicita ammissione di colpevolezza mossa dalla preoccupazione che le sue attività di guerra cognitiva ed economica nonché d’influenza tramite le ONG iniziano a non sostenere più come una volta l’orientamento delle masse.

La possibilità di una comunicazione orizzontale e trasversale ed il passaggio d’informazioni tra i singoli utenti e cittadini, permette di “prendere coscienza” velocemente della realtà dei fatti, risvegliando dal “sonno” indotto dai mass media di regime. Purtroppo è bene ricordare a Soros che l’informazione piramidale di regime ed il broadcast appartengono ad un’era superata.

Presto nasceranno piattaforme alternative a Facebook e reti parallele a quelle di internet – che in parte già esistono – dove gli utenti saranno liberi di esprimere opinioni, informarsi e valutare individualmente i fatti.

E’ una conseguenza diretta dell’evoluzione culturale dei popoli e dello sviluppo dell’intelligenza umana.

E’ difficile propinare ad un laureato europeo l’informazione di regime, basti osservare le reazioni alle dichiarazioni dei vari premier e segretari di partito che sortiscono ricche risate. E’ difficile nello stesso modo alimentare lo spauracchio delle destre che minerebbero i regimi democratici quando guardandoci intorno ci rendiamo conto che i cittadini non hanno più il potere di decidere nulla e questo nonostante “la sovranità appartenga al popolo” si riesce a pasticciare una legge elettorale in grado di sabotare anche i risultati elettorali decretando nessun vincitore, incredibile ma vero. Questo ha voluto l’Unione Europea in considerazione delle elevate probabilità che il popolo italiano tanto distratto e disinformato possa decidere di non votare secondo il loro gradimento.

Sarebbe il caso di ricordare a Soros che come i suoi “fratelli” hanno affermato, la globalizzazione è un processo irreversibile.

Dunque oneri ed onori di un processo che oltre ad agevolare il divario tra la classe dirigente e la classe operaia sta alimentando la fame nel mondo. Le persone sollecitate dalla fame e dai problemi causati dalla crisi economica ancora galoppante cercano delle risposte e l’intelligenza della quale per fortuna siamo dotati ci aiuta ad individuare i responsabili, di certo non è Facebook oppure il telegiornale che passa da reti private e statali ad indicarci cosa fare.

Benvenuti nel mondo delle Open Society, delle società aperte e del mondo senza frontiere senza regole senza leggi, senza religioni, senza razze e senza discriminazioni. Benvenuti nell’anarchia mondiale.

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George Soros ha sferrato un attacco diretto e forse senza precedenti a Facebook e Google durante il World Economic Forum di Davos. L’investitore ungherese, patrimonio da 8 miliardi di dollari secondo Forbes, ha detto che le dimensioni raggiunte dei big della tecnologia e il loro comportamento “monopolistico” li hanno resi una concreta “minaccia” per la società, danneggiando la democrazia e schiavizzando la mente delle persone, in quanto sarebbero in grado di minacciare alla loro “libertà di pensiero”. Fino a spingersi ad una previsione: i loro giorni sono contati, che potrebbe sembrare paradossale, ma segue una logica precisa e che comincia a diventare un argomento piuttosto diffuso.

Durante il suo intervento giovedì sera a Davos, in Svizzera, il magnate ungherese ha detto che “queste società e i social media influenzano il modo in cui le persone pensano e si comportano, ben al di là di quanto ne siano consapevoli”, aggiungendo inoltre che questi business hanno “conseguenze negative di larga portata sul funzionamento delle democrazia, in particolare sulla sicurezza e la libertà delle elezioni”.

Soros va così ad aggiungersi alla lunga schiera di imprenditori e capi di stato che nell’ultimo anno hanno cominciato a criticare le tech company. Solo a Davos si sono registrati gli attacchi del numero uno di Saleforce Marc Benioff e del premier britannico Theresa May. Il termine con cui generalmente si indica questo cambio di atteggiamento generale, dalle persone che ricoprono ruoli apicali agli utenti, è “TechLash“, stato coniato dall’Economist.

“Da innovatori a ostacolo dell’innovazione”

Per Soros le dimensioni di Facebook e di Google li hanno resi di fatto “ostacoli all’innovazione”, abbracciando quindi la tesi che da tempo sostiene il commissario europeo alla concorrenza Margrethe Vestager, che al Web Summit di Lisbona dello scorso novembre ha attaccato per prima queste società, che si dicono innovative solo nella misura in cui il mondo accetta le loro innovazioni, impedendo però la nascita di nuovi competitor sul mercato. L’investitore ungherese ha sostenuto qualcosa di assai simile, aggiungendo che “il fatto di essere diventati monopoli li rende di fatto aziende di pubblico servizio e come tali dovrebbero essere soggette a  norme più severe per preservare la concorrenza, l’innovazione e un accesso universale equo e aperto”.

“Tech company ostacolano la libertà di pensiero”

Ma la critica di Soros si allarga dalla concorrenza agli effetti che queste società hanno sulle persone e sui processi democratici. Per Soros “manipolano l’attenzione [delle persone] e la indirizzano verso i propri scopi commerciali, e lo fanno di proposito, cercando di creare quanta più dipendenza è possibile”.

Questo meccanismo “può essere molto dannoso, in particolare per gli adolescenti. C’è qualcosa di assai simile tra le piattaforme Internet e le società di scommesse: i casinò ad esempio hanno sviluppato tecniche per accattivare i giocatori fino a quando scommettono tutti i loro soldi, anche quelli che non hanno”.

E ha aggiunto che “le società di social media stanno portando le persone a rinunciare alla propria autonomia intellettuale”, accentrando su di loro “il potere di plasmare l’attenzione delle persone, sempre più concentrato nelle mani di poche aziende”. La minaccia, la più grave di tutte per il magnate ungherese, è perdere la “propria libertà di pensiero”.

“Il rischio è che contribuiscano all’ascesa dei nazionalismi”

Ma nel suo discorso Soros si è spinto oltre, paventando scenari distopici: “Potrebbe esserci un’alleanza le nuove ambizioni nazionalistiche [degli stati]  e questi grandi monopoli tecnologici, ricchi di dati che potrebbero creare struemnti di sorveglianza che farebbero comodo ad alcuni”, ha affermato. “Potremmo essere vicini ad una una rete di controllo totalitario, di cui nemmeno Aldous Huxley e George Orwell avrebbero potuto immaginare”, ha aggiunto il magnate.

Che in conclusione del suo intervento ha anche tracciato delle correlazioni tra la crescita del business delle società tecnologiche e l’aumento della disuguaglianza tra la popolazione, sostenendo che i profitti di Facebook e Google sono “frutto di una strategia deliberata per evitare responsabilità dei contenuti che vengono pubblicizzati”.

“Facebook e Google schiave del loro monopolio, ma la musica sta per cambiare”

L’unica nota positiva, per Soros, è che la musica sta per cambiare: “I proprietari dei giganti della piattaforma si considerano i padroni dell’universo, ma in realtà sono schiavi della necessità di dover mantenere la loro posizione predominante”, ha affermato.

“È solo una questione di tempo prima che si rompa il dominio globale dei monopoli statunitensi sulle tecnologie dell’informazione. Davos è un buon posto secondo me per fare un annuncio: i loro giorni sono contati, la regolamentazione e la tassazione saranno la loro rovina, e il Commissario europeo per la concorrenza (Margrethe Vestager, ndr) sarà la loro nemesi”.

La tesi non è del tutto nuova, e al di là delle autentiche motivazioni di Soros, su cui molto si potrebbe discutere, resta un fatto: Vestager si è fatta promotrice di una battaglia verso i big della Silicon Valley, imponendo multe a Google (1,3 miliardi), spingendo Apple a pagare le tasse in Europa senza aggirare il fisco con il sistema del “doppio panino olandese“. L’Europa, che rappresenta un mercato importantissimo per le tech company, può giocare un ruolo determinante nel deciderne le sorti. Fisco, trattamento dei dati personali degli utenti, ecommerce, sono i temi principali della discussione.

E con l’Europa decisa a non accettare più passivamente le ondate tecnologiche che arrivano dagli Usa, con la Francia e la Germania che stanno costruendo ecosistemi innovativi in grado di produrre aziende capaci di competere anche con la Silicon Valley e raccogliere miliardi di investiment, con la Cina, che a Facebook, Google e co. tiene le porte chiuse, preferendo crearsi delle proprie internet company (e riuscendoci con assoluto successo), qualcosa in effetti potrebbe cambiare nei prossimi anni.

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